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La Storia degli Scavi della Villa Tardoantica

L’evoluzione nel tempo

 

La memoria della residenza tardo antica, si è mantenuta viva, attraverso i secoli,  con la presenza di molteplici realtà insediative che si sono succedute, sullo stesso lembo di terra irrigato e reso prospero dal fiume Gela, dall’età bizantina a quella normanna. Durante il corso di quest’ultima, a seguito della rivolta dei baroni lombardi, feudatari in questa parte della Sicilia, avvenne la distruzione  da parte di Guglielmo I dell’ originario nucleo abitativo  dell’ antica Piazza,  identificato, tra le varie ipotesi,  con l’insediamento medievale sorto sulle rovine della Villa. Fu  nel 1163 che si costituì il nuovo centro fortificato, nell’attuale sede di Piazza Armerina, per opera dello stesso re normanno.  

 

Tali vicende sebbene abbiano affievolito la trasmissione dell’eredità culturale di questo sito colpito non solo dalla depressione demografica  e dallo spopolamento delle campagne  registrati in Sicilia durante il tardo XII secolo ma anche da cause naturali, come il terremoto del 1169, non sono state sufficienti ad impedire una ulteriore riorganizzazione dell’abitato, avvenuta a fine XV sec, in un gruppo di piccoli insediamenti, a carattere agricolo, da cui ha tratto origine l’odierna denominazione di  ‘Casale’.  

 

Il precoce  abbandono della contrada e i ricorrenti strati alluvionali colmi di detriti, provocati dalle esondazioni del corso d’acqua che scorreva alle spalle dell’abitato, individuato con l’attuale torrente Nociara, ne confondono  l’identità storica a tal punto da disorientare anche alcuni studiosi che, a partire dal 1600, identificano il sito archeologico come “Casale dè Saracini”.

 

Il risveglio di un interesse e la tutela

 

L’attenzione da parte di eruditi locali per i reperti architettonici  e le preziose testimonianze musive della villa riportate in luce nella seconda metà del Settecento, durante le prime campagne esplorative, confermarono negli ambienti accademici, la consapevolezza di  essere al cospetto delle “vestigia di un antico tempio”[1].

 

Nei primi anni dell’ 800, la percezione del valore tramandato da tale testimonianza del passato rende necessaria la promulgazione di leggi contro gli scavi clandestini  e la nomina  di cittadini idonei alla tutela dei “monumenti patrii” come testimoniano alcuni  carteggi di denuncia per atti vandalici redatti dal siracusano Saverio Landolina, Regio Custode delle antichità di Val Demone e Val di Noto. Ciò nonostante, solo pochi anni dopo, Robert Fagan, console generale del governo britannico in Sicilia e cultore della ricerca antiquaria, ottiene la concessione reale per effettuare liberamente campagne di scavo “autorizzate”, su semplice esibizione della Patente rilasciata dal Sovrano, con libertà di vendere i reperti riportati alla luce attraverso atti pubbliciesenza elargire alcun indennizzo ai proprietari del fondo Casale.

 

I primi scavi sistematici

 

Solo nell’ultimo ventennio del secolo si profila l’esigenza di procedere con operazioni  condotte in modo rigoroso e nel 1881, come riportano alcuni documenti amministrativi d’archivio, l’ingegner Luigi Pappalardo, esegue  uno scavo,  nel vano centrale del Triclinio riportando alla luce una sezione dell’imponente mosaico delle fatiche d’Ercole.  Dagli altri tre saggi effettuati in zone distanti tra loro, all’interno della stessa area di studio, riaffiorano una pavimentazione a lastre di forma quadrata, un pavimento con lastre di marmo bianco  disposte a cerchio e, ritrovamento degno di nota, una superficie « di genere ben diverso da quelli scoverti prima»[2], come afferma lo studioso, costituito da  opus sectile, posato sopra un secondo candido lastricato marmoreo. Esso, suddiviso dal superiore solo da uno strato di sabbia sciolta senza la stesura di alcun cemento, ha restituito  resti di tessere costituite da pasta vitrea di vario colore, alcune con patina d’oro e d’argento, di cui «dovevano essere ricoperte le interne pareti di qualche edificio ora distrutto»[3] come fa supporre l’individuazione dei resti di un muro adiacente.

 

Dopo tale campagna, a cui fa seguito il rinterro dei mosaici rinvenuti,  nel 1929  la Soprintendenza alle Antichità della Sicilia affida a Paolo Orsi, assistito da Roberto Carta, la ripresa degli scavi esplorativi nella zona del Triclinio, con un’estensione presso il ninfeo del portico ovoidale  e una ricognizione nella vicina necropoli  di IV sec alle pendici del Monte Mangone.  La particolare distribuzione architettonica della villa, resa ancora più evidente dalla ricchezza compositiva dei mosaici e degli affreschi, inizia ad apparire, nella sua complessità, a partire dal terzo e il quarto decennio del XX secolo, quando Giuseppe Cultrera  scopre, con l’ausilio di Domenico Inglieri, l’intera superficie della sala tricora, precedentemente ricoperta da Orsi, a cui si affianca, nel 1941, il ritrovamento di altri ornati pavimentali figurati nel settore NO, Nord e NE. Su di essi vengono eseguiti i primi interventi di protezione e consolidamento e nello stesso anno, su progetto dell’Arch. Piero Gazzola, sul Triclinio viene posta  una moderna architettura. I restauri conservativi sul mosaico delle Fatiche d’Ercole proseguono ad opera del restauratore Giuseppe d’Amico della Soprintendenza delle antichità di Siracusa, in un contesto d’urgenza, alla luce della puntuale testimonianza dell’archeologo Luigi Bernabò Brea che ne evidenzia le cause di degrado.

 

La svolta degli anni Cinquanta

 

Il decennio successivo segna un cambiamento per l’indagine archeologica e lo studio delle soluzioni architettoniche a protezione degli ornati musivi ,ancora allo scoperto, per preservarli dalle intemperie. Nel 1950 ha inizio una campagna di scavo condotta dalla Soprintendenza alle Antichità della Sicilia orientale che vede impegnato Gino Vinicio Gentili nella più vasta missione esplorativa fin’ora realizzata. Viene concluso lo scavo nel portico ovoidale, già iniziato dal Cultrera,  sono rinvenuti il portale monumentale, la zona ad Ovest della corte porticata d’ingresso, il corridoio della “grande caccia” e gli ambienti a sud del peristilio. Nel 1951 viene completato l’esteso scavo inerente alla “grande caccia”,  individuato il Vestibolo e scoperti i portici situati ad Est e ad Ovest del Peristilio. Il 1952 segna la conclusione dei rinvenimenti dell’ampio portico quadrangolare nel settore Nord e l’inizio dell’esplorazione della zona termale, conclusa l’anno successivo,  a cui fa seguito un approfondimento dei rilievi archeologici nella zona a Est del  corridoio della “grande caccia”   e nella Basilica. Nel 1955 l’attenzione dello studioso è rivolta all’intero quartiere orientale.   L’individuazione degli alzati  permette, finalmente, di attribuire la loro pertinenza ad una villa romana di periodo tardo antico a discapito di opinioni ancora incerte che ritengono che il sito archeologico contenga «una città di considerevole estensione» [4]. L’edificio si disvela in tutti i suoi profili architettonici e nella superba decorazione musiva, costituita da affreschi e marmi policromi che si integrano nel «movimento barocco della pianta»[5].

 

Gli anni che intercorrono dal  1955 al 1963 sono impiegati per la realizzazione di opere di drenaggio delle acque, per ulteriori saggi di scavo nei pressi della villa e per il consolidamento dei mosaici recuperati che necessitano di una mirata opera di conservazione attraverso una chiusura completa delle sale e dei colonnati[6] a costo di minarne l’originaria trasmissione dell’identità storica, come sottolinea Brea. La restituzione dei volumi finalizzata alla salvaguardia della particolare  bellezza del tappeto musivo viene affidata all’Arch. Franco Minissi che da inizio al processo di musealizzazione attraverso la posa di  coperture trasparenti volte a “riformare” gli ambienti senza “ricostruirli”[7], in omogenea armonia con il contesto naturale circostante.

 

Il proseguimento delle ricerche nei dintorni della villa, promosse dallo stesso Gentili, prima del suo trasferimento in Emilia Romagna avvenuto nel 1964, evidenzia la presenza di resti di altre muraglie, nel settore sud –occidentale, a poca distanza dal portale monumentale. Tale scoperta, alimenta una ripresa degli scavi nel 1970 che apportano solo più chiarezza  sulla cronologia dell’ imponente edificio. Le ulteriori  campagne, condotte tra il 1983 e il 1988, producono  esiti  sulla successione delle stratigrafie e sul riconoscimento di nuove strutture della c.d. villa rustica, cioè dell’impianto residenziale che precedeva la villa del IV secolo. Solo nel 2004, la scoperta a sud di parte dell’ ampio abitato medievale che si era sovrapposto alla villa, grazie alla stretta collaborazione tra la Soprintendenza di Enna e l’Università di Roma «la Sapienza», sotto la direzione di Patrizio Pensabene, ha destato nuovo interesse da parte della comunità scientifica che, da questa data, continua a rinvenire importanti testimonianze nell’area posta a meridione del complesso tardo antico.

 

 

[1] Arcangelo Leanti, Lo stato presente della Sicilia, o sia breve, e distinta descrizione di essa del sig. abate Arcangiolo Leanti da Palermo, e de’ patrizj di Noto. Accresciuta colle notizie delle isole aggiacenti, e con varj rami, aggiunte , e correzioni, per Francesco Valenza ,impressore della Ss. Crociata, in Palermo, 1761.

 

[2] Gino Vinicio Gentili, Piazza armerina,grandiosa villa romana in contrada «Casale», in « Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Notizie degli scavi di antichità», S. VIII. IV,1950.

 

[3] Luigi Pappalardo, Le recenti scoperte in contrada Casale presso Piazza Armerina, Tip. Pansini, Piazza Armerina, 1881.

 

[4] A.Bonifazio, La  città di Piazza Armerina e suoi dintorni con speciale riguardo agli scavi archeologici del Casale,Tip. Estense, Ferrara,1950.

 

[5] G.V.Gentili, Piazza Armerina. Scavi nella villa romana del Casale, in «Fasti Archeologici»,V,1950.

 

[6]  ACS, DGAABBAA, Div.II,1952-60,b.28, Piazza Armerina. Villa romana del Casale. Protezione dei mosaici mediante strutture stabili di copertura.

 

[7] Franco Minissi, Applicazione di laminati plastici nella tecnica del restauro e conservazione dei monumenti, in Il monumento per l’uomo, Atti del II Congresso internazionale del restauro ( Venezia,25-31 maggio 1964), Marsilio, Padova, 1971.