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Introduzione

La Villa, tutelata dall’Unesco dal 1997, è appartenuta ad un esponente dell’aristocrazia senatoria romana, forse un governatore di Roma  (Praefectus Urbi); secondo alcuni studiosi fu, invece, costruita e ampliata su diretta committenza imperiale. Per la sua bellezza e complessità, può considerarsi  uno degli esempi più significativi di dimora di rappresentanza rispetto ad altri coevi dell’Occidente romano. L’alto profilo del suo committente viene celebrato, in modo eloquente, attraverso un programma iconografico, stilisticamente influenzato dalla cultura africana, che si dispiega, con ricchezza compositiva, in una moltitudine di ambienti a carattere pubblico e privato.

 

Una lunga storia

L’impianto della residenza tardo antica del IV sec d.C., sorge al di sopra di una villa rustica che risale tra il I e la seconda metà del III secolo d.C., periodo, quest’ultimo, a cui si possono attribuire strati di distruzione presso il portale monumentale d’ingresso e le terme, oltre a reperti archeologici, tra cui alcuni esempi di ceramiche e monete riferibili al 250-280 d.C..

 

A seguito di processi storici, avvenuti nel corso del V e VI secolo, che mutano la compagine sociale ed economica dell’isola a causa delle invasioni dei vandali e della guerra greco gotica, le strutture della Villa si adattano a finalità difensive in un preciso programma di fortificazione rilevato, durante il corso delle campagne di scavo, dalla presenza di contrafforti a sostegno di diversi ambienti e dalla chiusura delle arcate superstiti dell’acquedotto collegato alle terme. Si determina così un iniziale processo di abbandono e di trasformazioni funzionali delle stanze che vengono rioccupate, nei secoli successivi, da nuove strutture abitative sovrapposte allo strato di distruzione dei muri preesistenti o al di fuori del perimetro dell’edificio tardo imperiale. Recenti scavi hanno individuato la presenza di vani abitativi riferibili a diverse fasi di occupazione araba (X-XI sec) e normanna (XI- XII) nell’area della villa e sud di questa, sintomo di una ripresa insediativa che si manifesta dopo la storica alluvione avvenuta intorno al 1000 d.C. Il villaggio medievale che ne deriva, prende il nome di ”Palàtia”, Blàtea, Iblâtasah , così come definito da Edrisi, geografo arabo, fino ad assumere la denominazione di Plàtia. Considerato, forse, tra i più estesi e articolati della Sicilia, viene distrutto durante il regno di Guglielmo I nel 1160-61 e, due anni dopo, viene fondata una nuova città fortificata nell’attuale sede di Piazza Armerina. La persistenza di realtà insediative più strutturate nella zona appartenente al sito in cui sorgeva la villa romana viene rilevata, ancora, nel XV secolo, con la presenza di un centro, conosciuto come Casale, da cui ha tratto il nome.

 

L’indagine archeologica contro l’oblio

Le testimonianze storiche attorno al sito, occupato dalla villa tardo antica, accrescono, nel corso del tempo, l’attenzione di molti studiosi che ne esplorano i resti fin dai primi anni dell’Ottocento, e poi ancora nei primi anni del XX secolo, con gli scavi di Biagio Pace e Paolo Orsi, per giungere all’importante campagna di scavo, avvenuta tra gli anni ’50 e gli inizi del ’60 dello scorso secolo con Vinicio Gentili, seguita da diffusi interventi di consolidamento dei mosaici rinvenuti.

 

La scoperta di tale ricchezza compositiva pone, da subito, il problema della protezione, risolto con la progettazione e la messa in opera di strutture realizzate con materiale plastico laminato, proposte dall’architetto Franco Minissi che, ispirato da Cesare Brandi, riprende, con una soluzione considerata all’epoca innovativa e funzionale, l’intervento già attuato nel 1941 da Piero Gazzola per la copertura dell’aula triabsidata. Ulteriori e sistematiche campagne di scavo si sono succedute nei decenni successivi, fino alle ultime, che hanno messo in luce i resti di un esteso insediamento medievale adiacente alle strutture della villa.

 

Un nuovo volto

Dal 2006 il sito è divenuto oggetto di un programmatico intervento conservativo di recupero, le cui linee guida sono state tracciate dall’Alto Commissario Vittorio Sgarbi e attuate dall’Amministrazione Regionale dei Beni Culturali, con fondi dell’Unione europea, su progetto e Direzione dei Lavori di Guido Meli. L’intervento coinvolge circa 3000 mq di superfici pavimentali musive ed in opus sectile oltre a numerosi dipinti murali policromi, nonché la riconfigurazione della volumetria degli spazi. Sono state adottate differenti scelte formali e materiche in grado di permettere una migliore conservazione e fruizione di questa residenza, considerata una tra le più prestigiose testimonianze monumentali di età antica nel Mediterraneo.

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Copertura progettata dal Minissi in via di esecuzione (foto 2207 del 15-06-1958, Archivio della Soprintendenza di Enna)

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Particolare del tappeto musivo della “piccola caccia”, con scena di caccia al cinghiale.

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Contrafforti collocati ad est della basilica, nella zona absidata, forse realizzati in periodo bizantino quando la villa è stata rinforzata e protetta da mura.

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Particolare del tappeto musivo delle terme. Restauro del volto di Cassio, servo siriano, nella stanza delle frizioni.