Considerazioni sul Progetto di Restauro

Le vicende che hanno accompagnato il progetto di restauro della Villa del Casale a Piazza Armerina e, da ultimo, la sua presentazione al Salone del Restauro di Ferrara, hanno suscitato un vivace dibattito in seno alla comunità scientifica.

 

E’ il segno, tutto positivo, che l’indifferenza non ha messo radici nel territorio della tutela del patrimonio storico-artistico e che il destino di un monumento riesce ancora a scuotere gli animi di chi sente il valore dell’architettura.
D’altronde, che la protezione dei mosaici e degli affreschi parietali di Piazza Armerina trascini un problema specificamente conservativo sul delicato terreno delle scelte architettoniche e museografiche è evidente; o almeno dovrebbe esserlo a chi abbia l’onestà
intellettuale di riconoscere come qualunque soluzione atta a coprire un’area di oltre 3500mq comporti inevitabilmente una trasformazione del sito archeologico e richieda decisioni tutt’altro che neutre o innocenti.
A dimostrazione di come uno stesso problema possa essere affrontato in modi assai differenti – e nessuno privo di alcune fondate ragioni e di una certa coerenza interna – basterebbe citare i diversi scenari evocati nel lungo periodo di gestazione che ha preceduto il
progetto sviluppato dal Centro Regionale Progettazione e Restauro e approvato dalla Soprintendenza BB.CC.AA. di Enna.

 

C’è stato chi ha auspicato la ricostruzione delle murature scomparse sulle quali posare un tetto ad identicum; ipotesi per certi versi discutibile ma non priva di molti vantaggi conservativi. C’è chi, seguendo un percorso teorico tutt’altro che peregrino, ha suggerito
di staccarsi netto dal rudere e di costruire una enorme struttura a cupola che coprisse l’intero sito. E c’è infine chi preferirebbe procedere al restauro della copertura esistente, giustamente considerata una pietra miliare del restauro archeologico; ipotesi anch’essa
degna della massima considerazione, non fosse per il grave stato di obsoloscenza delle strutture e per le pessime condizioni climatiche che si ingenerano all’interno della “serra” pensata da Minissi.
Il gruppo di professionisti che, unendo competenze e prospettive disciplinari diverse, è stato chiamato ad interpretare le linee guida tracciate dall’Alto Commissario nel tentativo di trovare una soluzione coerente ai problemi della Villa ha subito individuato
l’obiettivo centrale del progetto nella conservazione e nella visibilità dei mosaici ; e in relazione a tale obiettivo ha valutato le diverse alternative che andavano via via configurandosi.
Procedendo così, per successive valutazioni di merito e senza perdere di vista lo scopo dell’intervento, si sono abbandonate le ipotesi sopra ricordate cercando invece di percorrere una strada, irta di difficoltà formali e stretta fra requisiti microclimatici, corretta
lettura dell’edificio archeologico ed esigenze museografiche, che tuttavia desse qualche garanzia di migliorare la condizione attuale.
Questa strada può riassumersi nella volontà di conservare l’anima del progetto Minissi, nell’idea cioè che la copertura debba evocare in qualche misura i volumi originari e che i percorsi di visita si sistemino sulle creste murarie per non calpestare i mosaici, evitando
contestualmente di alterare la percezione degli equilibri spaziali dell’edificio storico interponendo nuove volumetrie.

 

…Progetto comunque di grande interesse, per l’epoca in cui fu concepito, che ha, in maniera esemplare, avviato il dibattito sulle coperture di qualità nelle aree archeologiche, e del quale si intende ripristinare un significativo ambiente con l’uso dei materiali e della tecnologia originaria, quale testimonianza della ricerca elaborata per la copertura del monumento.
Ma rispetto alle sue scelte definitive questo progetto ne trasforma la pelle architettonica, per renderla più efficace negli aspetti tecnologi e nella lettura delle spazialità, tenuto conto che le superfici trasparenti, col tempo, si sono rivelate un problema conservativo di prima importanza. E corregge, infine, alcuni errati rapporti volumetrici, attraverso la restituzione di dimensioni tipologicamente più adeguate o con l’intervento sui terreni già sostanzialmente modificati nel tempo per successivi riempimenti.
Il nuovo progetto evita di diluire l’autenticità dei resti con estese ricostruzioni, suggerendo al contempo la spazialità del complesso con un tetto opaco con tegumento esterno in rame e chiusure perimetrali dei muri, al fine di migliorare le condizioni climatiche
dell’ambiente interno e proporre una luminosità più vicina a quella originaria: è ovvio che per dar corpo architettonico a questa idea è stato necessario operare scelte sensibili quali i dettagli costruttivi della struttura portante, la facies interna delle passerelle e dei
parapetti lungo il percorso di visita e, soprattutto, la natura dei pannelli del rivestimento esterno.
Ma ancor prima delle soluzioni formali adottate preme qui ripercorrere brevemente le motivazioni che hanno portato a scartare altre ipotesi precedentemente formulate.
In primo luogo, la ricostruzione ad identicum delle porzioni perdute. Al di là di ogni considerazione teorica sull’opportunità di una così estesa ricostruzione (che non potrebbe comunque chiamarsi anastilosi, in relazione alla storicizzazione ampiamente consolidata
della sua realtà ruderale) e sulla mancanza di evidenze archeologiche sufficienti a consentire una ricostruzione quanto meno accurata, quest’ipotesi sottende all’idea che la visita possa effettuarsi sui mosaici stessi (sottovalutando l’usura determinata dal calpestio di oltre 500.000 persone all’anno) ovvero su passerelle incastrate ai muri d’ambito (necessariamente di ostacolo a una visione completa del tappeto musivo). Altro ancora sarebbe il problema della resa architettonica di ampie partiture murarie costruite ex novo e
necessariamente prive del dettaglio antico.
In seguito, la cupola. Oltre alle motivazioni di natura tecnica e ambientale già citate dall’Alto Commissario, è forse utile aggiungere come l’idea di riproporre i resti archeologici “nella loro autenticità” ripuliti dalla soprastruttura minissiana, sia in realtà puramente
immaginaria: lungi dal trovarsi nello stato in cui furono trovati, i resti della Villa del Casale – murature, colonne, capitelli -sono stati più volte ritoccati, integrati e variamente manomessi sicché quanto si finirebbe con l’ammirare sotto la cupola sarebbe comunque una “rovina inventata”1.

Qualche parola in più merita l’ipotesi, da alcuni difesa con forza, di restaurare la copertura esistente. Valgano qui tre considerazioni:

 

  1. Le condizioni attuali della copertura progettata da Minissi sono molto peggiori di quanto – con wishful thinking – asseriscono i suoi difensori; un semplice sopralluogo rivela problemi gravi sia nelle strutture metalliche (estesi ed avanzati fenomeni di ossidazione) che nelle chiusure trasparenti in vetro e in plastica (infiltrazioni d’acqua, ingiallimento del perspex…). Inoltre la struttura esistente è sottodimensionata rispetto alle azioni del vento e del sisma e ciò porrebbe severi limiti, anche di ordine legale, a una ipotesi integralmente conservativa. Alla prova dei fatti, se si volesse davvero preservare l’immagine della copertura esistente, si sarebbe costretti a ricostruirla, e per di più con nuove dimensioni o materiali diversi, cosicché l’idea di conservare Minissi si tradurrebbe in “rifare Minissi” il chè, in altre parole, somiglia molto a un rifacimento stilistico.
  2. La copertura esistente corrisponde solo in parte a quanto progettato da Minissi. La realizzazione della sua idea progettuale si è sviluppata in diverse fasi e in alcune aree della Villa si registrano notevoli differenze rispetto alle sue scelte formali e tecnologiche. Nel tempo inoltre molti pezzi sono stati sostituiti, il contro soffitto rimosso, le originarie veneziane in perspex smontate. Lo stato di fatto tradisce molte delle intenzioni di progetto e la sua conservazione restituirebbe il risultato un po’ casuale delle piccole e grandi manomissioni che in quarant’anni di vita, hanno trasformato il progetto iniziale.
  3. Le condizioni all’interno della Villa sono, specialmente nei mesi estivi, quasi insopportabili: lo confermano le carenze negli standard di benessere indispensabili alle migliaia di turisti e lo può testimoniare chiunque abbia la ventura di visitare i mosaici in una giornata di sole; il chiarore diffuso, e talvolta abbacinante, rende la visione dei tappeti musivi disagevole e insoddisfacente, senza contar l’effetto di chiaroscuro determinato dall’ombra proiettata dalle strutture metalliche di copertura sui delicati equilibri dettati dalle ricche tavolozze cromatiche dei mosaici pavimentali e degli affreschi parietali. Le analisi effettuate indicano come i fattori microclimatici (aumento della temperatura, picchi di umidità relativa, condensa…), oltre ad ostacolare l’adeguato apprezzamento dell’edificio storico e del suo prezioso apparato decorativo, costituiscono un grave problema alla conservazione dei mosaici Gli studi e le simulazioni effettuate hanno ampiamente dimostrato che, in assenza di chiusure opache, anche ricorrendo a materiali trasparenti di nuova generazione disponibili in commercio, i parametri microclimatici non possono essere controllati in modo efficace.

L’ipotesi formulata nel progetto prevede quindi la realizzazione di un tetto ventilato con manto di copertura in rame e la chiusura verticale utilizzando pannelli verticali alveolari intonacati: quasi che gli intonaci della villa, staccati e privati del loro supporto murario, tornassero ad avvolgerne il perimetro esterno e proteggerlo dal sole e dal caldo.
Il volume che emergerà dall’incontro di queste superfici, alluderà a quello originario, in modo dichiaratamente contemporaneo e senza equivoci: l’assenza di ornamento all’esterno e la presenza della struttura reticolare all’interno sveleranno sempre la natura
protettiva e funzionalmente museale dell’intervento.

 

 

Guido Meli Giugno 2006

 

1    Destino comune, anche se poco noto, a molte rovine archeologiche: basti pensare che oltre il 50 % di quanto

       vediamo ad Ercolano è frutto degli interventi ricostruttivi di Amedeo Maiuri fra il 1930 e il 1950.