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Approfondimento sulla storia degli scavi alla villa

Franco Minissi

(Viterbo 1919 – Bracciano 1996)

 

L’architetto viterbese è stato uno dei principali esperti italiani nell’ambito dell’allestimento museale e conservativo. Egli partecipa con capacità innovativa alla valorizzazione del patrimonio artistico italiano attuata a partire dagli anni ‘50.

 

Uno dei suoi principali progetti è il riallestimento del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, nel quale inizia a fare largo uso di materie plastiche come il perspex. L’utilizzo di materiali all’avanguardia e la ridefinizione degli spazi attraverso le trasparenze sono una sua caratteristica peculiare. Tra le numerose attività, ricordiamo i suoi interventi in Sicilia, dove cura restauri di siti come le Mura greche di Capo Soprano, la Chiesa di S. Maria dei Greci ad Agrigento, il Parco Archeologico di Selinunte, la chiesa di San Nicolò Regale; oppure fornisce progetti di allestimenti per i Musei Archeologici di Gela di Gela, Enna e Caltanissetta.

 

Consultato dall’UNESCO come esperto di Museografia e Restauro, è anche allestitore di numerose mostre temporanee, come quella sullo “Sport nella storia dell’arte” esposta a Roma in occasione delle Olimpiadi del 1960. Accanto a ciò, porta sempre avanti l’attività di docente, principalmente all’Università “La Sapienza di Roma”, dove è titolare del corso di Restauro dei monumenti e successivamente di Allestimento e museografia presso la facoltà di Architettura.

 

Di recente è stato pubblicato un volume che ripercorre la sua attività e pone il problema della durabilità e della conservazione dei suoi interventi (Beatrice Vivio, Franco Minissi. Musei e restauri, La trasparenza come valore, Gangemi, Roma 2010).

 

Franco Minissi

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Minissi.

 Franco Minissi seduto presso la fontana del peristilio della Villa del Casale

 

Franco Minissi seduto presso la fontana del peristilio della Villa del Casale con alle spalle le coperture da lui progettate.

Gino Vinicio Gentili

(Osimo 1914 – Bologna 2006)

 

Archeologo marchigiano ancora oggi fortemente legato alla storia della Villa del Casale. La sua formazione e la sua attività sono integralmente dedicate allo studio della classicità. Egli, infatti, dopo una laurea in lettere presso Università “La Sapienza” e il diploma alla Scuola Italiana d’Archeologia di Roma, si dedica dapprima all’insegnamento universitario a Catania e Bologna, e successivamente all’attività di Soprintendente alle antichità, della Sicilia Occidentale dal ‘46 al ’63 e dell’Emilia Romagna dal ’63 al ’79.

 

Numerosissime sono le campagne di scavo che intraprende; sono da segnalare la scoperta del tempio ionico e lo studio dell’anfiteatro di Siracusa, l’inizio degli scavi a Naxos, una delle prime colonie greche in terra siciliana, e a Verucchio i ritrovamenti archeologici della civiltà villanoviana dell’età del ferro.

 

Infine, ritiratosi dall’attività di Soprintendente, ha l’opportunità di dedicarsi alla scrittura di poesie dialettali e alla pubblicazione di opere riassuntive del suo lavoro. Sono infatti del 1999 i tre volumi dal titolo La villa romana di Piazza Armerina. Palazzo Erculio, in cui raduna il materiale dei lunghi anni di studio della villa.

 

Gentili

 

Nel 1952 Gentili illustra i ritrovamenti della Villa del Casale. Da Sinistra: il sindaco di Piazza Armerina, Re Gustavo VI Adolfo di Svezia, Gino Vinicio Gentili, Axel Boëthius, alle spalle il Cav. Vittorio Veneziano (fonte it.wikipedia.org).

Gentili a Piazza Armerina 

 

 

 

 

 

 

 

Gentili a Piazza Armerina nel 2002 per ricevere il titolo di cittadino onorario.

Luigi Bernabò Brea

(Genova 1910 – Lipari 1999)

 

Considerato tra i massimi archeologi italiani della preistoria e non solo, studioso di fama internazionale, ha dedicato la sua vita ed i suoi studi alla ricerca prevalentemente  mirata ai contesti mediterranei ed in particolar modo  alla Sicilia. A Lui ed alla moglie, l’archeologa francese Madeleine Cavalier, si devono le straordinarie scoperte archeologiche dell’Arcipelago Eoliano, che hanno riportato alla luce, grazie alla loro azione sul campo protrattasi dal 1942 ai giorni nostri, millenni di storia. Con un riconoscimento senza precedenti, tributatogli dalle Istituzioni e dalla comunità scientifica internazionale, lo splendido Museo Regionale Archeologico Eoliano di Lipari, da Lui creato, a pochi mesi dalla sua scomparsa, è stato intitolato al suo nome. 

 

Bernabò Brea entrò a far parte dell’Amministrazione Belle Arti e Antichità dello Stato già nel 1938 e nel 1939 gli venne affidata la Soprintendenza alle Antichità della Liguria, appena costituita. Risalgono a questo periodo i suoi importanti scavi rivolti agli strati neolitici nella caverna delle Arene Candide di Finale Ligure. Furono ricerche che diedero importanti risultati scientifici e che Bernabò Brea non abbandonò mai, pur se la sede del suo impegno istituzionale restò sempre la Sicilia. 

 

Questa non fu una scelta personale ma un ordine governativo dovuto al timore, del regime fascista, che il nascente separatismo siciliano potesse trovare, nella borghesia colta e nella classe dirigente dell’Isola, una sponda per alleanze utili ad accelerare la conclusione della guerra e negoziare il futuro della Sicilia. In una notte Mussolini dispose il trasferimento di un’intera classe dirigente dal sud al nord e viceversa. Pertanto, era già il 1943, quando Bernabò Brea venne definitivamente chiamato nel ruolo di Soprintendente alle Antichità della Sicilia Orientale, ad occupare il posto che un tempo era stato del grande Paolo Orsi, nella sede di Siracusa. Da quella postazione di immensa responsabilità, nel pieno della tragedia conclusiva dell’ultima guerra mondiale, Bernabò Brea   si sarebbe avventurosamente districato nell’opera di protezione dell’immenso e straordinario patrimonio affidatogli, esposto, come questo fu su quel versante strategico della Sicilia, all’operazione Husky, 2 mesi e 9 giorni  in cui si contarono ben 330 attacchi aerei dei bombardieri che avrebbero aperto la strada alle truppe di liberazione anglo americane, rispettivamente guidate dai generali Sir Bernard Montgomery e G. Patton. 

 

Infine, dopo lo sbarco delle truppe anglo americane e l’armistizio di Cassibile, contate le vittime ed i danni,  Bernabò Brea affrontò le immense difficoltà di riportare alla vita ed alla fruizione il vasto patrimonio che gli era stato affidato, compreso il celebre Museo Archeologico di Palazzo Bellomo, a Siracusa che fu, tra i primi, in Italia, a riaprire le porte al pubblico suscitando l’ammirazione dello statista Alcide De Gasperi, in visita nella città disastrata.  

 

Dal dopoguerra in avanti Bernabò Brea avrebbe dedicato il resto della sua vita, sino a ben oltre l’età della pensione, alla ricerca ed allo studio, al recupero del patrimonio archeologico monumentale e museale di Siracusa e  di tutta l’area orientale della Sicilia, Arcipelago Eoliano compreso, affrontando, con  memorabile  tenacia e  decisione la difesa dei  territori di sua competenza, dall’aggressione della crescita edilizia e degli insediamenti industriali  che, a partire dagli anni ’60, dilagarono dissennatamente  ad oriente dell’Isola.

 

Già dal 1942 aveva intrapreso i primi studi sull’Arcipelago Eoliano interessandosi, contemporaneamente, alla ricerca archeologica in tutte le zone meno o mai esplorate dei territori di sua competenza. 

 

Dopo il pensionamento, nel 1973, poté dedicarsi totalmente ai suoi interessi scientifici nelle isole Eolie, dando un contributo fondamentale per la comprensione della storia dell’evoluzione umana in area mediterranea.  

 

L’archeologia fu per Bernabò Brea un’autentica vocazione, perseguita con appassionata tenacia solo  dopo aver conseguito una prima, brillante laurea in giurisprudenza, com’era consuetudine della sua aristocratica famiglia di giuristi e notai.  Questa passione divenne anche una missione che, per tutta la vita, l’avrebbe portato a dichiararsi un fedele servitore dello Stato, impegnandosi con tenacia non solo nella ricerca scientifica, ma nel compito, costante e continuo, di diffondere cultura e conoscenza. Autentico pioniere della musealizzazione  archeologica, con genialità e semplicità ha restituito la parola ai luoghi, alle pietre ed ai reperti  che oggi narrano ad adulti e bambini, ad esperti o profani, con identica efficacia, millenni di Storia. 

 

 

 

 

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Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier – 1996 -  Museo Regionale Archeologico Eoliano di Lipari (Foto di Giovanna Bongiorno).

 

Piero Gazzola

(Piacenza 1908- Nergar 1979)

 

Storico dell’architettura piacentino ebbe una ricca formazione grazie alla quale acquisì le competenze del filologo, dello storico dell’arte e dell’ingegnere civile, svolgendo un’energica attività per il recupero del patrimonio italiano. Ricoprì vari incarichi nelle Soprintendenze italiane come quella di Catania (1939-41), del Veneto occidentale a Verona (1941-1973), dove era conosciuto come il “Soprintendente della Ricostruzione”; fu infatti sua la scelta di ricostruire i ponti sull’Adige, distrutti dai bombardamenti della guerra, utilizzando i materiali e le tecniche originali.

 

Fu anche stretto collaboratore dell’UNESCO in varie occasioni. Da segnalare, è la sua partecipazione come esperto italiano, insieme a Cesare Brandi, ad assemblee internazionali per la creazione di un ente per la protezione dei beni culturali. A seguito di esse nel 1959, venne istituito l’ICCROM, il Centro Internazionale di Studi per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali, che ancora oggi ha sede a Roma.

 

Guidò numerose missioni per il recupero e la salvaguardia di opere in tutto il mondo, e collaborò al progetto di salvataggio dei templi di Abu Simbel in Egitto, messi in pericolo dalla costruzione della diga di Assuan.

 

Gazzola

 

L’architetto Piero Gazzola, (fonte www.studioesseci.net). 

 Ponte Castelvecchio

Ponte di Castelvecchio (foto di Lo Scaligero fonte it.wikipedia.org [CC-BY-SA-3.0]).

Necropoli del Casale

Agli inizi del Novecento, in conseguenza di alcuni lavori agricoli su Monte Mangone, alle spalle della Villa, fu rinvenuta una necropoli d’epoca tardo bizantina#. Purtroppo, molte delle tombe vennero accidentalmente distrutte dal lavoro dei contadini, e svuotate per la maggior parte dei loro corredi funerari#. 

 

Solo nel 1929 il sepolcreto del Casale riuscì ad essere messo in salvo e posto all’attenzione degli studi archeologici, grazie al sopralluogo del Soprintendente alle Antichità di Sicilia Paolo Orsi. L’area esplorata restituì un centinaio di tombe scavate nella nuda terra e di forma rettangolare, “foderate” all’interno con massi e le cui coperture erano costituite da lastre di pietra locale#. 

 

Dei corredi funerari, invece, vennero recuperate alcune brocchette acrome monoansate in terracotta, disposte ritualmente a destra e a sinistra del teschio del defunto#, e un interessante fiaschetto, in terra sigillata africana, databile al V secolo d.C#. La particolarità di questo oggetto è la sua superficie, per lo più decorata a rilievo con figure di animali, losanghe e palmette, e una croce impressa a puntini e fiancheggiata da due leoni#. 

 

La  necropoli della Villa del Casale non è stata più meta di indagini archeologiche sistematiche, così che le uniche informazioni in merito sono quelle risalenti alle esplorazioni del 1929. 

 

 

 

 

Necropoli1 

Fiaschetto in terra sigillata africana con decorazione a rilievo – V sec. d.C.. (Foto tratta da PENSABENE P., SFAMEMI C. (a cura di), Iblatash Placea Piazza, cit., p. 75).

 

 Necropoli2

Brocchette acrome monoansate dalla necropoli del Casale (Foto da F. PIAZZA, “Intus… Gelenses”, Catania 1928, p. 121). 

 

Necropoli3 

Villa Romana del Casale con alle spalle Monte Mangone. 

Paolo Orsi

(Rovereto 1859 – 1935)

 

Il grande archeologo e studioso, originario di Rovereto, nel 1888 viene inviato a Siracusa come funzionario della pubblica amministrazione. La città siciliana diventa il fulcro di tutta la sua attività di studioso; egli infatti più volte rifiuta incarichi come docente, preferendo invece dedicarsi alle ricerche archeologiche sul campo, portando avanti personalmente numerosi scavi presso località come Pantalica e Cassibile, svelando per primo le testimonianze della “civiltà rupestre” siciliana.

 

Lavora alacremente anche a Megara Hyblaea, dove interviene successivamente anche Vinicio Gentili. Grazie alla sua operosità e alle sue scoperte, si guadagna l’appellativo di “Schliemann della Sicilia”.

 

Egli dal 1907 al 1924 è Soprintendente delle antichità della Calabria e della Basilicata e, in questa circostanza, si adopera per la creazione del grande Museo Nazionale della Magna Grecia, che oggi custodisce i famosi Bronzi di Riace.

 

Alla sua memoria è intitolato il Museo Archeologico Nazionale di Siracusa, diretto per quarant’anno dall’Orsi, che dagli anni ’80 ha sede presso il Parco di Villa Landolina, in una struttura innovativa progettata dall’architetto Franco Minissi, anch’egli legato alla Villa del Casale.

 

 Paolo Orsi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Orsi.

 Paolo Orsi con Mons. U. Franchino durante lo scavo del triclinio della Villa del Casale nel 1929

 

Paolo Orsi con Mons. U. Franchino durante lo scavo del triclinio della Villa del Casale nel 1929.

 

Opus Sectile

Il termine è sinonimo di tarsia marmorea e significa letteralmente “lavoro segato” poiché indica l’uso di marmi tagliati e intarsiati per formare disegni sia geometrici che figurati. In questo modo si creano pannelli che ricoprono le pareti o i pavimenti degli ambienti.

 

Tale tecnica, che forse ha origine in Egitto, si sviluppa soprattutto nel IV secolo d.C., quando si afferma la tendenza ad adornare le residenze con materiali particolarmente sontuosi. Infatti, l’opus sectile delle dimore romane è spesso costituito da marmi pregiati e di difficile lavorazione come il porfido e il serpentino.

 

Pannello in opus sectile con tigre che assale un vitello proveniente dalla Basilica di Giunio Basso a Roma della seconda meta del IV secolo

 

Pannello in opus sectile con tigre che assale un vitello proveniente dalla Basilica di Giunio Basso a Roma della seconda metà del IV secolo.

Sezione

Figura di giovane dai capelli cinti di tenia, il tricipite cerbero , erroneamente detto Idra, il cervo e il cavallo e il cavaliere non interamente liberati. Documento fotografico del terreno della sign.rina Matilde Crescimanno. (Foto tratta da F. PIAZZA, “Intus… Gelenses”, Catania 1928)

 

 

 

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Casale de Saracini

Gli antichi studiosi, già dal Seicento, indicavano il sito della Villa Romana come un luogo dove, in periodo medievale, abitavano gli Arabi, detti appunto “Saracini”. Ipotizzarono persino che prima dell’arrivo di questi, la contrada del Casale accogliesse un insediamento di Cartaginesi. Infatti, erroneamente, trovando alcune monete arabo normanne nel sito, interpretarono i caratteri cufici di queste come di origine punica.

 

Monete a caratteri “cufici”?

 

Per “cufico” si intendono quei caratteri usati, tra il VII e il X sec. d.C., nella fase più antica della scrittura araba, sia epigrafica che letteraria. Nel caso delle monete con caratteri “cufici”, queste furono coniate dai Normanni, intorno al XI-XII secolo, nei territori dell’Italia meridionale, come in Sicilia. Sono monete che presentano una legenda araba in caratteri cufici, o una legenda bilingue, in arabo e in latino.  

 

 

 

 

 

 

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Casale dei Saracini” fin dal 1600. Nella foto è evidenziato il passo del Gesuita Paolo Chiarandà, storico locale piazzese, che parla del “Casale de Saracini”, nel testo Piazza: Città di Sicilia Antica, Nuova, Sacra e Nobile (1654).

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Villa Romana del Casale – Moneta in rame con caratteri cufici. La legenda cufica, sul dritto di questa moneta, riporta la dicitura “per ordine di re Ruggero il Magnifico, 533 (dell’Egira, ovvero 1138 d.C.)”. Il sinistro vi si legge chiaramente la sagoma del Cristo. (Foto tratta da PENSABENE P., SFAMEMI C. (a cura di), Iblatash Placea Piazza, Piazza Armerina 2006, p. 180).

 

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 Villa Romana del Casale – Moneta in rame con caratteri cufici. Circa del 1160, questa moneta è un vero esempio di bilinguismo. Nel dritto (lato concavo) riporta la legenda in latino “Rex W” (Re Guglielmo I) e, intorno ad essa, la legenda in cufico “coniato a Messina, 555 (dell’Egira, ovvero 1160 d.C.). Sul sinistro Madonna con Gesù bambino. (Foto tratta da PENSABENE P., SFAMEMI C. (a cura di), Iblatash Placea Piazza, Piazza Armerina 2006, p. 183).

Antica Piazza

Platia che fu, Piazza che è. 

 

Dopo la conquista normanna di Sicilia, intorno alla seconda metà del XI secolo d.C., il musulmano Edrisi (o Idrisi), geografo al seguito di Ruggero I d’Altavilla, descrive l’antica Piazza come “un ben munito fortilizio, cui appartiene un vasto contado con terre da semina veramente benedette dalla Provvidenza”

 

Intorno alla metà del XII secolo d.C., alcune comunità siciliane, tra cui l’antica Piazza, incitate dai baroni lombardi, si ribellarono contro il governo regio. Nel 1161, re Guglielmo I, detto il Malo, mosse le proprie truppe  per sedare la rivolta. L’antica Piazza, indicata con i nomi di Placea o Platia, fu letteralmente distrutta e i suoi abitanti si dispersero. Qualche anno dopo, intorno al 1163, lo stesso Guglielmo I, per proprio decreto, invitò i Piazzesi a riedificare la propria città sul monte Mira, dove attualmente si snodano le vie dell’antico quartiere Monte di Piazza Armerina. 

 

La città perduta

 

Dove si trova Piazza antica? Ancora oggi gli studiosi si interrogano e cercano di rintracciare i segni del borgo distrutto da Guglielmo il Malo. Gli storici antichi erano dell’opinione che Platia dovesse trovarsi  a 3 Km ad ovest dell’attuale Piazza Armerina, precisamente su colle Armerino (chiamato volgarmente Piano Marino), in contrada “Piazza Vecchia”. A 2 Km dalla Villa Romana del Casale, questo luogo, il cui nome ha tratto inganno diversi storici locali, non ha restituito testimonianze di un antico abitato. Un documento storico d’epoca normanna, conosciuto come il Diploma del conte Simone Aleramico, cugino di Ruggero I d’Altavilla e Barone di Butera e di Paternò, riporta nella toponomastica tanto il nome di “Piazza”, tanto quello di “Piazza Vecchia”, come a testimoniare che le due località erano due realtà distinte e separate. Altra teoria vuole che la Piazza distrutta nel 1161, semplice avamposto militare, fosse situata probabilmente su Monte Mira, e che, successivamente e proprio sulle rovine, venisse ricostruita l’attuale Piazza Armerina.

 

Figlia di fonti soprattutto archeologiche è la teoria secondo la quale Piazza antica sarebbe da individuare, con buona probabilità, ma non certezza, nell’abitato medievale adiacente alla Villa Romana del Casale. Questa teoria si basa sulle indagini interpretative degli strati di crollo e di abbandono di quest’area, coincidenti cronologicamente proprio al periodo in cui Piazza antica è stata distrutta da Guglielmo il Malo. Eppure, come spiegano gli stessi archeologi, nello stesso periodo, proprio nel XII secolo d.C., le campagne iniziarono a spopolarsi e molti casali e centri abitati entrarono in crisi, anche a causa di carestie e terremoti, come quello del 1169. Ciò rimette in discussione le cause dell’abbandono del sito del Casale e, quindi, del suo legame diretto con la Platia del geografo Edrisi. E’ per questo motivo che ancora oggi, in attesa di nuovi scavi e nuove scoperte, il mistero della città perduta è ancora tutto da svelare.

 

 

 

 

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Piazza Armerina nel Seicento. Raffigurazione della città moderna, sul dipinto, “Sant’Andrea Avellino intercede per Piazza presso la Madonna delle Vittorie” (prima metà del 1600), custodito presso la Pinacoteca Comunale di P. Armerina. 

 

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“Piazza Vecchia” e ruderi. La tesi meno certa è che Piazza antica fosse situata nei pressi di contrada Piazza Vecchia. Alcune fonti identificano questo sito come un avamposto di vedetta, data la presenza dei ruderi di una torretta, chiamata impropriamente “Castello del Conte Ruggero”. 

 

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Panorama di “Piazza Vecchia” dal dirimpettaio Monte Mangone.